Le prima storia fu narrata nell'interno di una caverna.
L'uomo capì che la sua voce poteva fugare la paura del buio.
L'incontro con le ombre, l'esistere dei miraggi nella mente.
Egli iniziò a descriverli insieme alla realtà che aveva intorno
con graffiti disegnati impressi sulla volta della grotta.
Disegnare animali uno accanto all'altro, suggerì
di poter creare un branco e far rivivere le scene della caccia.
Alla fine però nel guardarla, vedeva solo miseri segni
senza anima e senza vita impressi su quel muro.
Nessuno era in grado di immaginare le sensazioni vissute,
la corsa, l'affanno, la gioia, la disperazione, la paura.
Solo più tardi, in un altro tempo, la narrazione si è
arricchita di impressioni, di contorni, di luci e di colori.
L'incapacità dei nostri antenati di descrivere la bellezza,
con i loro occhi spalancati nel buio, possiede le stesse difficoltà
del tentativo, attraverso la scrittura, di trasmettere
un'immagine per coloro che non erano presenti.
Descrivere un'avvenimento, riproporre la realtà,
che solo agli occhi sembra sia permesso di vedere.
Lo stesso senso di impotenza che provò Michelangelo
di fronte al suo Mosè al quale domandò "perché non parli?"
Ecco cos'è per me un capolavoro artistico. Uno sconfinato sentimento di ammirazione per come l'artista è riuscito a condividere la sua esperienza di bellezza
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